Pubblico in questa sede una mia recensione al libro Il sermone sulla caduta di Roma di Jérôme Ferrari. Il contributo era apparso sul Liofante, periodico della Pro Loco di Colli del Tronto, nell'ottobre 2013. Segue una mia poesia.
Quest’estate mi sono fatta sedurre dal
titolo di un romanzo, davvero suggestivo: “Il sermone sulla caduta di Roma”.
Scritto dal francese Jérôme Ferrari, docente di filosofia presso varie
università francofone, il romanzo si è aggiudicato il premio Goncourt 2012, uno
dei più prestigiosi riconoscimenti letterari francesi. È stato tradotto
recentemente in italiano per le Edizioni e/o. L’evocazione del titolo, che
ricorda l’omonima opera del filosofo Agostino (S. Agostino, vescovo di Ippona
354-530 d.C. ) permane nei capitoli, ciascuno dei quali, ad eccezione
dell’ultimo, è fatto precedere da una frase dello scrittore latino tesa a
mettere in evidenza la vanità del mondo terreno, rispetto alla Città di Dio (è
senz’altro presente anche l’eco dell’omonima opera De civitate Dei).
Agostino, con la sua filosofia sul
contrasto tra città divina e la città umana, è uno dei due filosofi che
reggono le fila del romanzo. L’altro è Leibniz (1646-1716) che incombe sulle
storie dei personaggi con il suo monito relativo alla sua teoria dei mondi
possibili, secondo cui quello in cui ci troviamo a vivere è solo, appunto, uno
dei tanti mondi che ci si è manifestato, non certo il migliore e il più
compiuto.
I due filosofi sono, non a caso, quelli
che i due protagonisti, Libero e Matthieu, studiano all’università, senza
troppa convinzione. Essi sono due giovani legati quasi ab origine, fin
da quando, ogni estate il piccolo Matthieu veniva mandato in un paesino della
Corsica in vacanza, ospite di Libero, di cui diventa amico di vita. Qui vive
anche il nonno di Matthieu, Marcel un vecchio scontroso, la cui storia si
alterna nel romanzo a quella del nipote. In questo avvicendarsi di peripezie
delle tre generazioni coinvolte (quella del nonno, dei genitori e di Matthieu
stesso) si scopre che ciò che regge la storia umana è sempre lo stesso
principio: il mondo che ciascuno di noi (si) crea, si esaurisce in se stesso,
perché non rappresenta nient’altro se non la città terrena, transeunte ed
effimera, di fronte alla civitas Dei, eterna. Tale mondo è inoltre
autonomo ed indipendente, parallelo ad ogni altro, come può esserlo ogni
periferia rispetto al centro. E così Marcel, che ha vissuto l’esperienza
della seconda guerra mondiale e che ha vissuto la sua vita prevalentemente
lontano dal centro, Parigi (la nuova Roma!) sia come funzionario in Africa per
la ricostruzione post- bellica, sia da vecchio, in Corsica (la sua terra di
origine), vede il mondo da lui creato morire in se stesso, senza più legami con
il centro della cultura francese. Come le province romane secoli prima, così
lui si è sempre sentito “a parte” rispetto al continente, dove ha
affidato suo figlio (Jacques) alle cure della sorella, non sentendosi di
accudirlo dopo la perdita della moglie. Jacques finisce per sposarsi con la
cugina (Claudie). Da questa unione nascono Aurelie e il nostro Matthieu. Che
finisce per tornare proprio in Corsica. Dopo una breve parentesi universitaria
in cui lui, per onorare il vecchio legame di ospitalità ricevuto da piccolo,
ospita a sua volta a Parigi il suo amico Libero, i due decidono che questa
realtà non fa per loro. Rilevano pertanto un vecchio e famoso bar esistente nel
paese di Libero, ma da tempo caduto in disgrazia e danno vita ad una “nuova
età”, fatta di mondanità, divertimento, spensieratezza, di volontaria
chiusura rispetto a tutto ciò che è impegno, affetto, sentimento. Per
approdare in tale ambiente Matthieu ha dovuto rinnegare il suo amore di
gioventù per una “brava ragazza”, la studiosissima e brillantissima Judith
Haller. Anche se teoricamente vive con il nonno Marcel, egli ha trovato la
comodità di dormire nell’appartamento dove vivono le cameriere assunte per il
bar in particolare con la spagnola Izaskun. Egli la considera come sorella e
non vede niente di male nel dormire carnalmente con lei la notte, per poi
trattarla come normale dipendente di giorno. In questa sua nuova vita egli
decide di non soffrire quando sa che suo padre è malato, né decide di
andarlo a trovare a Parigi, con grande risentimento di sua sorella Aurelie.
Sarà Jacques a tornare, da morto, in Corsica, alla terra paterna. Le regole di
tale modus vivendi, però, iniziano a presentare il loro salato
conto: Libero e Matthieu devono constatare cos’è il mondo che hanno
creato con il loro bar: il loro locale (e l’ambiente circostante) è
diventato un autentico bordello, dove si va per bere, bestemmiare, per provarci
con le cameriere; è un ambiente in cui si consumano gelosie, risentimenti tra
persone, in cui viene meno la fiducia reciproca fra padroni e dipendenti,
gestori e avventori. Proprio un di questi risentimenti, consumatosi in un
omicidio da parte di Libero nei confronti di uno degli avventori, costituisce
la goccia che fa traboccare il fragilissimo “vaso di Pandora” costituito
bar. Che viene lasciato, anche per i problemi economici, sopraggiunti ai vari
“malaffari” degli ultimi tempi. A sorpresa il romanzo si chiude con la
rievocazione della notte in cui i barbari saccheggiano Roma (410 d.C.)
commentata dalla solita (e apparente) indifferenza agostiniana per la
vanità del mondo terreno; ciò fa da sfondo sia alla morte di Marcel, sia
all’inizio del nuovo mondo di Matthieu, a Parigi, finalmente con la sua Judith,
che non ha abbandonato gli studi e ora è diventa insegnante. Anche stavolta la
nuova vita si apre in chiusura con quella precedente. Dal romanzo, infatti, si
capisce che egli torna solo due volte in Corsica nel giro di otto anno: la
prima per testimoniare in favore del suo amico Libero, che aveva ucciso sì
l’avventore, ma per difendere un suo dipendente aggredito da quello, la seconda
mentre il nonno sta morendo. Matthieu, però, è sempre lo stesso, come espresso
dal punto di vista della sorella: “Non è cambiato. Crede sempre che basti
guardare dall’ altra parte per rispedire al nulla interi pezzi della propria
vita. Crede sempre che ciò che non si vede smetta di esistere”.
Nonostante le tragedie, quindi, il
mondo va avanti: l’uomo sembra aver bisogno di chiudere violentemente con un
mondo che ha amato alla follia, per dimenticare il suo vero amore, ma nel
quale, godendo, si è perso. Questa chiusura con la vita precedente sembra
realizzarsi solo con l’apertura traumatica di un’altra, altrettanto
indipendente. Non solo allora ogni mondo umano è destinato a morire; esso è
anche una monade isolata da ogni altra. Si realizzano, pertanto, sia le verità
sia di Agostino che quelle di Leibniz. E allora, l’amicizia malata tra Libero
e Matthieu, è davvero suggellata (e forse chiusa?) solo da un
rapporto giuridico di testimonianza? Il romanzo non fornisce alcuna
risposta a questa domanda; anzi la sua bellezza più grande risulta, a mio
parere, proprio dalla narrazione sfumata sugli ultimissimi episodi (come il
ricongiungimento con Judith) suggeriti, piuttosto che descritti, a differenza
della precisione narrativa dei capitoli precedenti. Altro elemento vincente
dello stile narrativo consiste nel susseguirsi del tutto casuale dei capitoli
dedicati a Marcel, di quelli dedicati alla famiglia di Matthieu e di quelli
dedicati a lui stesso, sicchè i loro mondi sembrano davvero restare, a lungo,
paralleli e distanti.
Buona lettura!
Lascio qui di seguito una mia poesia a tema
La fine dei
Mondi possibili
Notte d’estate…
È caduto il raggio
Sul tuo tramonto.
Nessun centro
Nessun altare
Tutto è Vuoto,
il Mondo è Deserto.
Silenzio Epocale
Mi abbracci
Eternamente
Stasera.
E mi sovvengono
Ricordi improvvisi
Presenti abissi
Infiniti presentimenti.
Tu…
Dove sarai
Domani?
Te
Che amo
E che odio
Alla follia
Per sempre!
Tu…
Il mio sangue
La mia paura.
Si è chiuso
Stasera…
È morto
Un altro mondo.
J. FERRARI, Il Sermone sulla Caduta di Roma, tr. it. a cura di A.BracciTestasecca, Edizioni e/o, Roma 2013, 175 pp. 17 Euro